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I

Italian prog

E a un certo punto tutti, o quasi, si convertirono al prog. Nel Belpaese ci si arrivò per gradi, partendo dal rock and roll, dal beat, dalla British Invasion e da Radio Luxembourg, ascoltando allo sfinimento i Procol Harum, i Nice, i King Crimson. Le cantine, e persino le parrocchie, cominciarono a partorire gruppi – o meglio, complessi – pronti a esplorare nuove coordinate, a sfidare il passato con un suono nuovo, mai ascoltato prima. Il fenomeno prog esplose in Italia all’inizio dei ’70: anni felici, caotici, attraversati da Festival memorabili e da album storici. Durò poco, meno di un lustro, il tempo di lasciare spazio alla nuova ondata di cantautori, meglio se politicizzati, e al punk che spazzò via tutto...






Vi è stato un periodo in cui le nostre band erano amate e rispettate in tutto il mondo: parliamo della stagione d’oro del prog italiano.

Il prog italiano rappresenta, come per la controparte anglofona, il matrimonio fra la classica e il rock: solo sotto questa forma il rock poteva raggiungere le vette artistiche che abbiamo avuto negli anni ’70.

C’è da dire, inoltre, che in Italia, prima ancora dell’Inghilterra, alcuni gruppi “classici” del progressive, come i Genesis, hanno avuto immensa popolarità.


"Almeno tu che puoi fuggi via canto nomade
questa cella è piena della mia disperazione, tu che puoi non farti prendere."
(Banco del Mutuo Soccorso - canto nomade per un prigioniero politico - Secondo le spiegazioni fornite da Vittorio Nocenzi, leader del gruppo, il brano fu scritto espressamente in seguito al golpe dell'11 settembre 1973 in Cile e descrive la sofferenza di un detenuto politico in attesa dell'esecuzione capitale.)