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Favole di vita

Intervista a De Andrè, L’Europeo, giovedì 13 marzo 1969.

... Nasce da una famiglia «peggio che borghese, addirittura mezza nobile con infiltrazioni sabaude». Guadagna, coi dischi e tutto, non più di mezzo milione al mese. «Il fatto è», mi dice, «che perdo un sacco di soldi in cose che non faccio né voglio fare. Niente festival, niente serate. La mia quotazione è, oggi, di 500 mila lire per ogni serata in pubblico: le ultime offerte sono di un milione. Io rifiuto.»

Rifiuta, aggiunge, perché ha paura del pubblico e perché ritiene che quando un cantante si esibisce con una chitarra davanti a una folla debba, in qualche modo, “fare spettacolo”. Lui non sa fare spettacolo: «Sto lì impalato e spaurito». Ma la verità più vera è un’altra: «Io ci ho messo più di dieci anni ad avere successo, e l’ho avuto in maniera clandestina. Le mie canzoni sono passate di amico in amico, di bocca in bocca. I miei primi dischi si vendevano quasi sottobanco..







È un poeta lei? Un filosofo?
«No, io sono uno che a dodici anni parlava francese in casa con suo padre e a diciotto aveva letto quasi tutti i poeti francesi. A diciotto anni mi sono iscritto all’università, facoltà di Lettere, solo perché era la facoltà, qui a Genova, con il maggior numero di ragazze (poi ho fatto due anni di Medicina e uno di Legge, senza concludere niente). All’università, e anche prima, al liceo, scrivevo poesie. Cantavo i fianchi delle mie compagne di scuola, niente di serio...


Fabrizio De Andrè: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori".